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Novembre-dicembre 2017

Fondato nel 1946

Editoriale

Legge di Bilancio 2018, CNA critica

Occorrono scelte chiare per il futuro

Per far ripartire le Pmi, il Paese e combattere il rancore

«La Legge di Bilancio 2018, nel momento in cui stiamo scrivendo questo editoriale, sarà all’esame finale alla Camera dei Deputati. Va detto subito che molte delle proposte migliorative presentate dalla CNA a Governo e Senato a favore delle piccole imprese non sono state sin qui recepite. Rimangono, dunque, disattese le nostre richieste in materia di deducibilità dell’Imu sugli immobili strumentali, di esclusione dall’Irap per le attività di minore dimensione, di ripristino dell’aliquota del 65% per gli interventi di efficientamento energetico, del mantenimento dell’imposta sui Redditi di impresa (Iri) e di completamento del regime per cassa con la previsione di riporto delle perdite. Per noi “la finanziaria” era e rimanere un provvedimento essenziale per dare slancio alla ripresa dell’economia italiana. Oltre alle richieste avanzate, le quali si inseriscono pienamente nella logica di sviluppo del Paese, in prima istanza abbiamo accolto favorevolmente la scelta di non aumentare l’Iva e la conferma degli incentivi su investimenti e lavoro.

 

Purtroppo manca qualsiasi intervento teso a ridurre la pressione fiscale sulle imprese. Inoltre, siamo in presenza del rischio che il testo finale sia fortemente condizionato dall’ormai prossima scadenza elettorale, perdendo quindi l’occasione di operare con uno sguardo rivolto al futuro che richiamerebbe interventi volti alla riduzione della spesa pubblica per liberare risorse da impegnare per lo sviluppo e la riduzione del debito. E’ utile ricordare che oggi, ma non sappiamo cosa potrà succedere domani, siamo in presenza di condizioni particolarmente favorevoli, evidenziate dagli ultimi dati pubblicati nei primi giorni di dicembre dall’Istat. L’andamento di crescita del Pil nel terzo trimestre 2017 segna un +1.7% che se rapportato ai dati dei primi due trimestri ci rassicura rispetto al raggiungimento del risultato previsto per l’anno in corso: un Pil che si attesterà al +1.5%. I consumi sono cresciuti dello 0.3% con dato tendenziale a fine anno del +1.5%. Gli investimenti fissi delle imprese si attesteranno a fine anno al +4.6%. Le esportazioni sono cresciute dell’1.6% a fronte delle importazioni che crescono dell’1.2%. Gli interessi sul debito pubblico grazie agli interventi della Banca centrale europea oggi pesano per circa il 4% del Pil, nel 1996 pesavano per l’11%.

 

L’insieme di questi dati ci dimostra che il Paese si è avviato verso una fase di ripresa che deve essere supportata da un’azione pubblica che sappia coniugare sviluppo e rigore. Occorrono scelte chiare che non guardino solo all’oggi ma soprattutto al domani. La politica e le Istituzioni che, da quanto emerge dall’ultimo rapporto del Censis, non godono di un buon grado di fiducia, oggi non devono cercare di ottenere qualche voto utilizzando la Legge di Bilancio, ma piuttosto dare una risposta a quel rancore diffuso che il Censis evidenzia come il male maggiore della nostra società. Cresce la paura del declassamento, i giovani soprattutto si sentono esclusi dalla possibilità di crescere nella scala sociale. Dal Dopoguerra ad oggi tutti abbiamo avuto la certezza che i figli potevano contare su un futuro migliore dei genitori. Oggi questa certezza si è spezzata e se vince il rancore c’è il rischio che si affermino populismi e logiche di Governo sovraniste. Per questo occorrono una forte azione di ricomposizione sociale e interventi che diano una vera prospettiva di futuro. La ripresa c’è, ma rischia di essere raccolta da pochi. Nello stesso popolo del rancore il Censis individua segnali contrapposti: si spende di più in cultura, in vacanze, nel cibo di qualità, si tende a migliorare il proprio stile di vita eppure ci si sente esclusi. La crisi ha prodotto profonde divisioni.

 

La povertà è cresciuta dal 2007 ad oggi del 165% raggiungendo la quota di 4.7 milioni di cittadini che vivono con un reddito sotto soglia. Se guardiamo al risparmio famigliare notiamo che nell’ultimo decennio il 20% delle famiglie più ricche ha visto crescere il suo patrimonio finanziario del 32%, mentre il 20% delle famiglie più povere ha visto il suo patrimonio quasi dimezzato: -48%. Aumentano le diseguaglianze, anche nella realtà che noi rappresentiamo, tra grandi e piccole imprese, tra chi innova e chi resta indietro. Per questo chiediamo che nella Legge di Bilancio la Camera dei Deputati accolga le nostre richieste. Nei prossimi giorni come CNA ci impegneremo in incontri sul territorio per sensibilizzare i deputati eletti nei vari collegi e contemporaneamente daremo il via a una forte campagna di comunicazione».

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